La saggezza popolare

Ci sono cose che stonano, che già a lume di naso non tornano, ci lasciano perplessi.

Per fare alcuni esempi:

Per aumentare il PIL si licenziano gli operai.

Per guadagnare di più si spostano le fabbriche dove la manodopera è sottopagata e sfruttata vedi paesi dell’est europeo, asiatici oppure la Cina. Ma non si esportano i diritti dei lavoratori.

Non ci vergogniamo a fare accordi con dittature tremende dove non è neppure possibile non dico esprimere le proprie idee ma nemmeno pregare.

Siamo in Crisi e si aumentano le spese militari comprando aerei da guerra.

Vogliamo che tutti paghino le tasse eppure i modelli degli uomini e donne di successo continuano ad essere coloro che furbescamente le evadono.

Si vuole moralizzare la politica eppure si permette agli indagati di sedere in parlamento.

Si parla di futuro e non si creano posti di lavoro per i giovani.

I poveri aumentano per colpa di una crisi determinata dalle banche e chi si aiuta sono proprio le banche.

Si vuole un cambiamento radicale e la consulta boccia i referendum sulla legge elettorale.

I politici non vogliono riduzioni di stipendio e di privilegi.

Sicuramente pagano le tasse i dipendenti pubblici e privati e gli altri?

Non ci sono politiche familiari, per gli anziani, per i bambini, per i disabili, per gli immigrati.

Mi chiedo e vi chiedo cosa stiamo aspettando?

Le liberalizzazioni sono la cura alla crisi, ma nelle liberalizzazioni chi controllerà se il prezzo è giusto? Chi le pagherà se non noi?

Certamente si dovrebbe agire con equità a cominciare dagli stipendi dei super menare dei super politici, dei direttori di banca di tutti coloro che guadagnano alla faccia di tanti Italiani più di 5.000,00 € al mese.

Si parla di qualità della vita e di lunghezza della stessa.

Certamente si vive di più ma ciò non significa che si debba lavorare di più; si vive meglio ci dicono, ma anche negli ospedali, nelle scuole, nei comuni, nei ministeri, nei luoghi di lavoro si vive meglio? E nelle case di riposo, negli asili nido, si vive meglio?

Si vive meglio senza carta igienica, senza carta, con le maniglie delle porte rotte o i muri imbrattati, con una degenza ospedaliera ridotta al minimo?

Oppure avere 30 anni e non trovare un lavoro?

Tutti questi vivono meglio e più a lungo? Con che cosa vivranno nel futuro?

Il lavoro nobilita l’uomo ma l’uomo non vive per lavorare.

L’uomo è qualcosa di più di un consumatore, di un lavoratore, di uno studente, di un malato, di un cittadino, di un diversamente abile.

L’uomo è qualcosa di più.

Claudio

 

Restare Indifferenti? Come si fa? (a proposito degli aerei da guerra)

Restare indifferenti? Come si fa?

 

Il Vescovo presidente di Pax Christi Italia Giovanni Giudici, interviene contro la “follia dell’enorme costo dei 131 cacciabombardieri da 150 milioni di euro ciascuno”. Una decisa presa di posizione per “rompere il silenzio” e chiedere “un ripensamento di queste spese militari in Parlamento”. Come i Re Magi anche noi dobbiamo “intraprendere un’altra strada”. 

 

Mi chiedo e vi chiedo come si fa a restare indifferenti?

Di fronte alla tragedia di tanti padri di famiglia che non hanno un lavoro, di fronte a tanti giovani che non trovano un lavoro, di fronte a tanti vecchi abbandonati, a tante donne non tutelate e abbandonate, di fronte ai bambini che non trovano servizi adeguati per loro, come si fa a restare indifferenti?

Certo bisogna avere un bel pelo sullo stomaco direbbe mio nonno.

Certo bisogna essere cristiani senza umanità.

Perdonatemi ma credo si debba avere il coraggio di dirlo, cristiani si ma esseri umani no!

Perché la scelta tra la realizzazione di servizi alle persone e gli armamenti credo debba essere facile da fare.

Io non ho campagne da proporre, sarebbe bello che vedessimo i giovani attraverso i social network lanciare un appello iniziare un cammino di “ribellione” perché sempre di ribellione si tratta quando andiamo contro corrente.

Cambiano i governi ma le spese militari rimangono, badate bene, non ci sono soldi per la benzina dei mezzi della polizia, ma certamente li troveremo per questi aerei che sganceranno morte e non servono alla vita.

Io posso solo dare il mio piccolo appoggio la mia piccola testimonianza invitando chi mi legge a fare altrettanto.

Oggi anch’io mi sento figlio in Cristo del vescovo Giovanni Giudici.

Diacono Claudio

A tutti i diaconi del mondo scrivo!

Ai miei confratelli diaconi scrivo:

Cari confratelli nel diaconato, mi rivolgo a voi tutti, ovunque siate nel mondo, nella comunità dove vivete, dove lavorate, con quei fratelli con cui camminate, soffrite amate.

Oggi mi rivolgo a voi perché è iniziato un nuovo anno.

Penserete, cosa c’entra questo con noi?.

Noi siamo i servi dell’Amore, siamo coloro che sono stati scelti per il servizio, siamo coloro che cinto l’asciugatoio, unica veste liturgica usata da Nostro Signore nel Vangelo, hanno scelto di rispondere alla chiamata al servizio del popolo di Dio, di cui tutti, nessuno escluso, siamo servi.

Oggi dobbiamo essere felici perché ci è stato dato un esempio, quel bambino nato nella stalla di Betlemme è la manifestazione concreta del nostro essere servi.

E’ il segno vero del nostro servizio, un servizio che s’incarna nell’essere accanto, nel co-spirare (respirare con) con chi soffre, con chi si sente escluso, dimenticato; siamo la voce, le mani, il cuore, il respiro stesso di Dio che si manifesta ai nostri fratelli.

Non dobbiamo sentirci abbandonati dimenticati, cosa volete che contino tutti i discorsi che si fanno sul diacono se deve essere o non essere pagato, se deve attendere al servizio liturgico, o altro?

Tutto ciò non conta niente! 

Cosa volete significhi se non ci fanno leggere durante le celebrazioni il Vangelo, se non facciamo un’omelia e se spesso veniamo usati come attaccapanni o come dice un mio carissimo amico, vasi da fiori liturgici, cosa volete significhi se alla comunione, c’imboccano come fossimo bambini se ci considerano poco meno dei laici impegnati, la dignità dell’ordine ricevuto nessuno ce la può togliere.

Noi siamo diaconi per l’elezione ricevuta, siamo diaconi per la proposta che lo Spirito ci ha fatto, e per la nostra personale risposta alla Chiesa che attraverso il Vescovo ha riconosciuto in noi questo carisma.

Essere servi nasconde in se l’onere e l’onore di un tale compito.

Siamo come quel bambino che giace in quella mangiatoia pronto a camminare nel mondo sorretto da Maria e Giuseppe, così noi siamo sorretti dalla Ecclesia, da quella assemblea dei credenti che è il popolo di Dio.

Ci dicono che non agiamo in Persona Cristo per quanto concerne i poteri, persino il codice di diritto canonico si è dovuto cambiare per dimostrare la nostra pochezza, ma in questo sta la potenza dei servi, più bassi sono i compiti e più infima la nostra considerazione e più il nostro posto è definito e grande.

Cosa vogliamo di più se non essere come quel bambino per il quale non c’è posto nell’alloggio così come non c’è posto per noi intorno all’altare?

Cosa vogliamo essere se non come quel bambino che venne tra i suoi e i suoi non l’hanno accolto.

Cosa vogliamo essere se non come quel bambino rinnegato, venduto e tradito per poi essere crocifisso e in quella croce riconoscere il nostro umile posto il nostro premio, il nostro orgoglio di appartenere a Lui a Lui soltanto.

Essere il segno di quelle mani che forate si chinano sulle piaghe, se non quel cuore ferito per amare.

Ho già accennato al diacono come faro, che indica la rotta ai naviganti, oggi troviamo la radice della nostra luce, oggi comprendiamo il senso profondo di ciò che siamo, oggi troviamo la nostra collocazione vera, il nuovo anno ci spinge a camminare alzando la fronte e con la capacità di guardare oltre di guardare lontano a quella meta che è Gerusalemme in cui speriamo di essere mortificati e calpestati, umiliati e sconosciuti dai nostri stessi amici per diventare il servo fedele che non può che aspirare ad essere come il suo Signore.

Certamente penseranno alcuni che è una magra consolazione la mia, che il mio ragionamento è l’ultimo ripiego di chi si sente messo da una parte, dell’esiliato che non riesce più ad emergere per cui si deve accontentare di ciò che ha e trovare le ragioni del proprio “soffrire”.

È vero, non lo mando a dire dietro che in questo mio ragionamento si può leggere la solitudine e l’abbandono, la non considerazione di ciò che personalmente sono e di ciò che tanti come me vivono, ma non provo vergogna per questo e neppure mi sento presuntuoso nell’affermarlo con la semplicità del cuore.

Credo fermamente nella consapevolezza di ciò che sono e delle azioni che compio, anche se dimenticate, anche se non considerate e di ciò che ho compiuto niente rinnego perché tutto mi fa essere ciò che oggi sono.

Rimane comunque il modello e rimane comunque la verità di fondo; quella cioè che il diaconato viene dimenticato, nascosto umiliato, come del resto tate cose suscitate dallo Spirito Santo attraverso il Concilio vengono nascoste, umiliate, mortificate.

Dunque siamo in buona compagnia.

Rimane il segno, il segno di un Bambino che tendendo verso di noi le sue braccia ci mostra il cammino, un cammino fatto di tenerezza e attenzione, fatto di comprensione e condivisione, fatto anche di mortificazione e privazioni, che ha come prospettiva la croce e come soluzione finale la resurrezione.

Sfido chiunque a togliercelo, sfido chiunque a togliere il nostro dolore, sfido chiunque a negare ciò che siamo ciò che condividiamo fratelli diaconi in Cristo.

Dunque buon anno a tutti voi e ogni benedizione mia per voi e ogni vostra benedizione per me, condividiamo quest’amore e questa croce condividiamo l’esaltazione di un ministero che oggi più che mai indica una strada che percorriamo con l’anima nuda perché non si nascondano le ferite perché non si nasconda la vita perché non si nasconda l’amore.

A voi,

Buon anno che questi giorni siano i nostri giorni.

 

Diacono Claudio 

 

Buon Anniversario Claudio

Signore, mi chiamo Claudio e 22 anni fa questo stesso giorno sono diventato diacono della Chiesa.

Avevo sogni ed emozioni, come tutti i giovani il cuore batteva più forte e tutto sembrava possibile.

Sono passati 22 anni e nulla rimpiango delle scelte fatte degli sbagli commessi degli slanci  e afflati che l’anima ha provato.

Ho amato!

Sempre e a qualunque costo nella convinzione che nulla fosse più grande dell’amore donato, agli altri e a te.

Ho parlato con Te molte volte, ma non ti ho mai scritto.

Nella preghiera ho ritrovato me stesso e tante volte nella delusione e nella rabbia mi sono sentito solo ed ho perso ogni contatto, ho perso l’entusiasmo, ho perso il coraggio di lottare e andare avanti.

Oggi in questo confino mi sento solo e abbandonato.

Oggi 22 anni dopo non rimpiango niente  ma non vedo speranza.

Sono deluso da una chiesa che nella gerarchia, non sa difendere e lottare per i poveri, gli umili, coloro che privati del lavoro e della dignità non riescono a mantenere la famiglia e soffrono di quella solitudine che mi vede condividere con loro, una chiesa che non si schiera dalla parte dei giovani.

Giovani disperati che l’impotenza di fronte ad un futuro per loro incerto non trovano una guida, un raggio di speranza che li spinga avanti, che guardandosi intorno non trovano nessuno, neppure, perdonami, Te mio Signore, ed io, se fossi la Tua risposta alla loro speranza mi sento inadeguato, povero e solo.

Trovo solo nel mio grido unito al loro lo sfogo per ogni sogno strappato ed ogni desiderio disilluso.

Sono un diacono vile che non riesce più a trovare quel coraggio che il Vangelo gli ha dato quella forza che viene dallo Spirito e che dovrebbe spingerlo alla lotta che dovrebbe spingerlo a trovare la forza per superare ogni illusione e aprire il suo cuore a Te che sei il mio Signore.

Sono un povero diacono che dovrebbe accendere un piccolo fuoco per incendiare la speranza e illuminare la via che conduce a Te, ma come farli giungere al tuo cuore innamorato se non hanno un lavoro se non riescono a trovare una casa se la loro gioventù viene bruciata dalla droga e spezzata dalla falsa illusione di politici e furboni che si approfittano dei loro sogni e usano le loro speranze per trasformarli in schiavi.

Vorrei poter vedere una strada, trovare un modo, lanciare un grido che sovrasti l’urlo corale di un mondo fatto d’illusione per annunciarti per far si che ogni cuore veda il sole del tuo amore e non si senta più solo e non abbia più paura del futuro, perché ognuno e prima di tutti io, trovi il coraggio di cambiare e lottare.

Caro Gesù sembra il tuo silenzio terribile e sordo il tuo orecchio ad ogni nostro grido, nessuno si sveglia da questo torpore che ci vede complici, complici del razzismo che risorge, complici del consumismo che coniuga il nostro cuore con l’egoismo dell’Io voglio, dell’Io sono, dell’io sopratutto.

Io e io soltanto.

Chiusa in una gabbia rimane l’anima e ci governa l’assurdo profitto e ci governa il mercato e ci governa l’indifferenza.

Signore, sono Claudio e 22 anni fa ho fatto un gesto ho scelto una strada ho risposto ad una chiamata ed oggi rimango qui in attesa.

 

BUON NATALE 2011

Casignano Santo Natale 2011

 

Poi udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e

l’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del

giardino. 

Gen. 2, 8

 

Vi chiederete perché nell’augurarvi Buon Natale abbia scelto un brano biblico che sembra non abbia niente a che vedere con la nascita di Gesù; in realtà non è così!

In questo breve versetto è contenuto tutto il mistero dell’incarnazione.

Nella prima parte vediamo Dio che passeggia nel giardino alla brezza del giorno.

Questo ci parla della Tenerezza di Dio, ci parla dell’Innamoramento di Dio verso le sue creature, di un Dio che ama essere circondato da ciò che il Suo Amore ha generato.

Ci parla di un Dio innamorato della sua creatura, con cui ama passeggiare, riempirsi lo sguardo della bellezza e dell’incanto di questo mondo meraviglioso, ma soprattutto dell’uomo, quest’uomo maschio e femmina che sono l’espressione più alta del suo amore.

Tutto ciò va oltre la nostra immaginazione, perché ci fa scoprire un dio compagno, amico, innamorato di noi.

Questa dolcezza e tenerezza di Dio nel momento del nostro Nasconderci, del nostro sentirci traditori e indegni di questo amore, non si ferma, non si adira, non produce una separazione, anzi, da questo preciso istante inizia una storia fatta di rincorrersi, cercarsi: è Dio che desidera il nostro amore.

Lui, follemente innamorato dell’uomo compirà il gesto più grande che un amante possa fare, annientarsi per diventare l’amata.

Così nella stalla di Betlemme noi oggi siamo chiamati a rispondere a quest’amore.

Qual’è la nostra risposta?

 

Buon Natale 

 

 

A Pietro con affetto.

Caro Pietro ho letto il tuo commento e mi accingo a risponderti semplicemente.

Tu dici che è un bellissimo ministero ed è vero, se rispondiamo alla nostra vocazione ogni cosa a cui siamo chiamati è bellissima, non occorre essere diaconi, preti o Vescovi per vivere la propria vocazione, occorre semplicemente rispondere si a Gesù, a ciò che lo Spirito suggerisce ai nostri cuori.

Chiunque in qualunque latitudine del mondo se risponde alla chiamata di Dio vive una realtà bellissima. Ovviamente senza togliere, il dolore, la sofferenza le scelte difficili che la vita ci mette di fronte.

Ci dici concludendo il tuo commento che con tutte le nostre discussioni rischiamo di perdere di vista cos’è il diacono.

Mi sembra bello quello che dici, ma ti chiederei di dirmi cos’è per te il diacono.

Sarebbe bello poter condividere il tuo pensiero e crescere, almeno io, nella comprensione di ciò che siamo chiamati ad essere.

Con affetto in Cristo Gesù.

Claudio

Primo giorno venerdì 6 maggio 2011 ore 17,00 1- In cammino verso se stessi.

Quale bagaglio possiamo portare?

Ciò che siamo in questo momento, nell’istante in cui decidiamo di partire, non ha importanza se siamo felici o tristi.

Poveri o ricchi.

Soli o sposati.

L’importante è partire lasciando indietro ciò che non conta, l’orgoglio, la fretta, la salute, il denaro, la casa, gli affetti, la tristezza o la gioia, tutte cose che appesantiscono il camminare.

La ricerca di chi siamo e dove vogliamo andare è più importante.

Tutto il resto quello che conta lo ritroveremo quando incontrandoci con noi stessi ne comprenderemo il valore e l’importanza.

Dunque partiamo.

Mettiamoci in cammino perché a nulla vale la vita se non sappiamo chi siamo.

Ricordarci da dove veniamo ci aiuterà a capire chi siamo e dove vogliamo andare.

I ricordi sono la nostra valigia.

I DISCEPOLI DI EMMAUS.

Luca 24, 13-24

Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto.

“Smarriti, sperduti. Tutto era perduto. Il regno svanito, la Sua vita finita insieme alle loro speranze.”

Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro.

Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo.

“Le preoccupazioni ciò a cui erano legati chiude i loro occhi e gli impedisce di riconoscerlo.”

Ed egli disse loro: «Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Cleopa, gli disse: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciė che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò: «Che cosa?». Gli risposero: «Tutto ciė che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l’hanno crocifisso. Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciė son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevan detto le donne, ma lui non l’hanno visto».

“Per capire chi siamo occorre riprendere in mano la nostra vita e raccontarla di nuovo, narrare ad altri il nostro vissuto, srotolare il tappeto dei ricordi e leggerlo di nuovo cercando di spiegare, impegnandosi a voler trovare una risposta che ci consoli che ci dia una giustificazione. Che in qualche maniera accenda una speranza e al tempo stesso giustifichi il nostro fuggire.”

Ed egli disse loro: «Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciė che si riferiva a lui.

“Eppure sappiamo la verità se ci guardiamo nel profondo scopriamo la risposta, nel racconto è Gesù, lo sconosciuto che parla di se della sua esperienza letta alla luce delle sacre scritture, quelle scritture che Cleopa conosce perché le ha imparate sino da bambino nella sinagoga, ma che non riusciva a vedere perché i suoi occhi non erano limpidi.”

Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino». Egli entrò per rimanere con loro.

“Si sono ritrovati.

E tornano indietro hanno capito chi sono, sono discepoli, sono stati scelti per annunziare le meravigliose opere di Dio non resta che essere e fare ciò che sono.”

Re 1 – Capitolo 19,1-11

Elia, impaurito, si alzò e se ne andò per salvarsi.

Giunse a Bersabea di Giuda. Là fece sostare il suo ragazzo. Egli si inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto un ginepro. Desideroso di morire, disse: «Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri». Si coricò e si addormentò sotto il ginepro.

Allora, ecco un angelo lo toccò e gli disse: «Alzati e mangia!». Egli guardò e vide vicino alla sua testa una focaccia cotta su pietre roventi e un orcio d’acqua. Mangiò e bevve, quindi tornò a coricarsi.

Venne di nuovo l’angelo del Signore, lo toccò e gli disse: «Su mangia, perché è troppo lungo per te il cammino». Si alzò, mangiò e bevve. Con la forza datagli da quel cibo, camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb.

Ivi entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco il Signore gli disse: «Che fai qui, Elia?».

Egli rispose: «Sono pieno di zelo per il Signore degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi tentano di togliermi la vita». Gli fu detto: «Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore».

Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna.

Il deserto, l’essenzialità del cibo, pane e acqua ci conducono al monte di Dio l’Oreb.

Nel deserto, nel nulla dove regnano i serpenti e gli scorpioni lì è necessario camminare è necessario andare alla ricerca di se stessi, per giungere al monte del Signore, il cammino dentro noi stessi non vuole distrazioni e per giungere alla verità occorre scalare, salire e ripararsi in una grotta, nella grotta della nostra coscienza in quel luogo dove la voce di Dio risuona con la dolcezza di un respiro, di fronte al quale ci copriamo la faccia perché il Signore ci mostri veramente il nostro volto nascosto.

UNA SOCIETÀ INCAPACE DI UN PROGETTO – VIOLENZA- DROGA- ALCOOL- SESSO- SHOPPING- E BENESSERE.

A differenza di noi ma come noi, anche la comunità cristiana e la società ha bisogno di fare un cammino per scoprire chi è, quel’è il suo progetto sull’uomo, qual’è la sua anima.

Viviamo in una società inanimata, incapace di vedere il proprio cammino, di avere un progetto che l’aiuti a scoprire se stessa.

La comunità credente sempre più ha perso il suo ruolo di lievito e sale, come del resto si stanno perdendo tutti quei valori che formano il tessuto umano su cui s’innesta il cristianesimo.

La solidarietà, l’altruismo, la verità, la giustizia.

Tutto viene ridotto ad un’unica legge ad un’unica misura, l’uomo e le proprie voglie come modello di riferimento, la soddisfazione dei propri bisogni come unica misura delle proprie scelte.

Alcool, droga, denaro, sesso, benessere, sono i modelli a cui sempre più la nostra società si sta uniformando.

Si diventa insensibili separando confinando la fede in ambito solamente privato, attuando una separazione tra ciò che è valido in chiesa e ciò che è valido nella società.

La prima cosa da lasciare è la nostra infallibilità il nostro crederci depositari della verità assoluta.

Dobbiamo partire con l’umiltà.

Spesso, si parte con in pugno la verità, il centro del nostro mettersi in viaggio siamo noi.

Noi animati dalla giustizia.

Noi difensori della legge.

Noi possessori della conoscenza.

Noi sappiamo cosa fare e come deve essere fatto.

Siamo talmente sicuri delle nostre certezze che non vi è dubbio nelle nostre azioni non vi è tentennamento.

Ciò che riteniamo importante, ciò che sappiamo essere vero senza discussione.

Ciò che siamo noi, il nostro posto nella comunità dei credenti.

Il nostro posto nella società.

Il nostro lavoro, ciò che abbiamo vissuto e costruito con pazienza.

Quale idea abbiamo di noi stessi? Come ci pensiamo? Quale immagine emerge dallo specchio interiore della nostra anima quando ci guardiamo?

Anche lì nel segreto del nostro cuore si può viaggiare ed avviene l’incontro.

Improvviso si verifica l’incontro, perdiamo la vista, brancoliamo nel buio, le nostre certezze svanisco e ci troviamo a dover dipendere dagli altri.

Intorno silenzio e notte.

Anche ai Santi capita questo.

LA VOCAZIONE DI SAULO

Atti – Capitolo 9,1-9

Saulo frattanto, sempre fremente minaccia e strage contro i discepoli del Signore, si presentò al sommo sacerdote e gli chiese lettere per le sinagoghe di Damasco al fine di essere autorizzato a condurre in catene a Gerusalemme uomini e donne, seguaci della dottrina di Cristo, che avesse trovati.

E avvenne che, mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco, all’improvviso lo avvolse una luce dal cielo e cadendo a terra udì una voce che gli diceva: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?».

Rispose: «Chi sei, o Signore?». E la voce: «Io sono Gesù, che tu perseguiti! Orsù, alzati ed entra nella città e ti sarà detto ciė che devi fare». Gli uomini che facevano il cammino con lui si erano fermati ammutoliti, sentendo la voce ma non vedendo nessuno. Saulo si alzò da terra ma, aperti gli occhi, non vedeva nulla. Così, guidandolo per mano, lo condussero a Damasco, dove rimase tre giorni senza vedere e senza prendere né cibo né bevanda.

Quante volte presumiamo di sapere e giudichiamo l’operato degli altri senza ritegno e preoccupazione, pensiamo di essere intelligenti e sapienti ma non è così, ancora una volta l’occupare posti di potere e responsabilità ci fa dimenticare l’umiltà.

Colloquio con Nicodemo

Giovanni – Capitolo 3,1

C’era tra i farisei un uomo chiamato Nicodemo, un capo dei Giudei. Egli andò da Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei un maestro venuto da Dio; nessuno infatti può fare i segni che tu fai, se Dio non è con lui».

“Lui sa e lo vuol far sapere, è come se dicesse a Gesù, guarda che io sono capace e bravo, so tutto di te , ti conosco per cui puoi parlare liberamente, sono in grado di capirti.”

LGli rispose Gesù: «In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio». Gli disse Nicodemo: «Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?».

“Povero Nicodemo che non sa andare oltre le proprie convinzione e sottolinea a Gesù l’impossibilità del suo ragionamento, quante volte ci siamo sentiti bravi, in grado di correggere e suggerire agli altri la verità indicando loro la strada giusta.”

Gli rispose Gesù: «In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito.

“Carne e spirito, non è un riferimento al nostro essere fisico, non siamo di carne in quanto fatti di carne o di spirito perché abbiamo l’anima. Siamo Spirito se ci lasciamo dominare dallo Spirito se ci rendiamo docili alla sua azione se ciò che desideriamo è essere suoi allora siamo cielo, siamo spirito. Siamo di carne invece quando scegliamo la terra i desideri, le voglie le nostre passioni, quando noi siamo misura di noi stessi, allora siamo di terra e non siamo cielo.”

Non ti meravigliare se t’ho detto: dovete rinascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito». Replicò Nicodemo: «Come può accadere questo?».

“Ora Nicodemo ha capito di non capire ed ha bisogno di chiedere spiegazioni si è incamminato finalmente sul sentiero dell’umiltà.”

Gli rispose Gesù: «Tu sei maestro in Israele e non sai queste cose? In verità, in verità ti dico, noi parliamo di quel che sappiamo e testimoniamo quel che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? Eppure nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna».

Una società che sa tutto, che tutto capisce e indaga, una società che crede la scienza onnipotente, che si affida per la bellezza alla plastica, e per la salute alle medice, che pensa soltanto a costruire supermercati che diventano luoghi di ritrovo e di svago, una società che non accetta più il mistero e la morte.

Non produce niente se non nevrosi.

Stiamo sempre più diventando una società schizofrenica dove per essere accettati bisogna essere giovani e belli, senza freni morali.

Anche nella chiesa spesso non si ascolta lo Spirito Santo siamo tanto presi dalle nostre verità dal fatto che lo abbiamo ricevuto che crediamo quasi che sia automatico, io lo possiedo dunque sono.

Non è assolutamente vero, l’aver ricevuto lo Spirito non vuol dire essere docili alla sua azione, non vuol dire comprendere tutto, anzi vuol dire mettersi al servizio e ritenere che anche negli altri esso soffia, perché è un vento che soffia dove vuole e nessuno lo controlla o ne è l’unico possessore.

Il viaggio non finisce mai, non ha una data di termine o scadenza, andare alla ricerca di se stessi si può fare sempre a qualunque età, anche giunti alla fine della vita per rimettere in discussione tutto.

Il nostro viaggio non finisce qui, con la morte.

La dimensione perenne del viaggio.

Anche in Paradiso.

Ecco allora.

Un uomo realizzato e giusto.

Ha risposto al Signore, ha compiuto la sua volontà.

Sempre ha confidato in Lui, anche se ha volte da buon uomo pratico ha trovato soluzioni alternative, fingersi il fratello di Sara per sfuggire al Faraone, Avere un figlio da Agar.

Ma lui è un uomo giusto, sempre pronto a lottare per i parenti, Lot e la guerra dei 4 Re riconoscente verso il servo fedele Eliazar uomo di preghiera e generoso, intercede per i nemici e per coloro che sbagliano, vedi preghiera per Sodoma e Gomorra.

Ha tutto anche il figlio della promessa Isacco.

Possiede armenti e un popolo e una terra.

E l’incontro avviene va sul monte e uccidi (Sacrifica) Isacco.

Tutto crolla.

Il sacrificio di Isacco

Genesi – Capitolo 22, 1-12

Dopo queste cose, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!».

Riprese: «Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, va’ nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò». Abramo si alzò di buon mattino, sellò l’asino, prese con sé due servi e il figlio Isacco, spaccò la legna per l’olocausto e si mise in viaggio verso il luogo che Dio gli aveva indicato. Il terzo giorno Abramo alzò gli occhi e da lontano vide quel luogo. Allora Abramo disse ai suoi servi: «Fermatevi qui con l’asino; io e il ragazzo andremo fin lassù, ci prostreremo e poi ritorneremo da voi». Abramo prese la legna dell’olocausto e la caricò sul figlio Isacco, prese in mano il fuoco e il coltello, poi proseguirono tutt’e due insieme. Isacco si rivolse al padre Abramo e disse: «Padre mio!». Rispose: «Eccomi, figlio mio». Riprese: «Ecco qui il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello per l’olocausto?».

“Con quale cuore stendere la mano sul figlio? Con che coraggio, chissà cosa avrà provato Abramo, chissà quale passione, quale agitazione, inquietudine ci sarà stata dentro il suo animo, quale dolore terribile avrà sconquassato le sue viscere. Il figlio della promessa che diventava il figlio dell’olocausto.”

Abramo rispose: «Dio stesso provvederà l’agnello per l’olocausto, figlio mio!». Proseguirono tutt’e due insieme; così arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì l’altare, collocò la legna, legò il figlio Isacco e lo depose sull’altare, sopra la legna.

Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio. Ma l’angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!». L’angelo disse: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio».

“Abramo divenne l’amico di Dio, quello con cui si sta in conversazione e si passeggia alla brezza quell’amico con il quale si volge lo sguardo in alto e nelle notti fredde invernali si vede una miriade di stelle dove brilla il volto di ciascuno.”

Una società che non pone al centro gli anziani e i bambini è una società che trascura le proprie radici e uccide il proprio futuro.

Conclusione

Era l’alba del 1 luglio 397 quando San Zanobi ispirato da Dio si mosse da Firenze dalla sua Cattedrale che allora era San Lorenzo per giungere, seguendo una ispirazione divina a Vingone e salire su a Casignano dove lungo una strada romana sorgeva un piccolo tempio pagano, ma di lì passavano tutti i carri che portavano da San Casciano attraverso la Romola il cibo e i mattoni della fornace a Firenze.

Eccolo dunque in cammino, Casignano, Empoli, Monte Lupo, San Casciano, Firenzuola luoghi che ha raggiunto che ha evangelizzato per portare la buona novella, per essere se stesso.

Casignano, il primo? L’ultimo dei luoghi in cui è stato ? Poco importa.

Se voleva incontrare la gente predicare a chi lavora e soffre lungo la via doveva andare là, non sappiamo quale fosse l’ispirazione divina, sappiamo soltanto che la seguì e fondo la Chiesa di Casignano, lasciandovi poi Eugenio, Fiorenzo e Crescenzo percorse le strade per essere con gli uomini del suo tempo uomo per l’uomo uomo di Dio.

Io sono un diacono risposta ad alcune domande.

Domande rivoltemi:

1. I diaconi sono segni sacramentali del Cristo servo, ma non i soli depositari di questa fiamma di carità. Lo Spirito non soffia dove vuole?

2. Mi sembra poi un po’ forzata l’affermazione secondo la quale il vangelo di Giovanni “ritiene quasi superfluo celebrare l’eucaristia” Dal memoriale del Cristo morto e risorto si riverbera su ogni azione della Chiesa la forza santificante, non contemporaneamente, ma conseguentemente. 

3. Sono annegato alle tue parole circa la consacrazione: “gesti e parole che comunque potrebbero benissimo competere al diacono”. Ti confesso, qui mi sono perso: Non so cosa pensare; come in quest’altra tua affermazione sui sacerdoti definiti, immagino scherzosamente, ma non era il caso, “fornai”. Cosa vuoi dire con la frase: ” deve essere comune e diffusa ovunque la capacità di celebrarla (l’Eucaristia)’

 4. Quanto alla Chiesa gerarchica, anche i diaconi ne fanno parte; emarginati spesso, inascoltati molte volte, ma in “servizio permanente effettivo”.

RISPOSTE:

1. Certamente non sono i soli depositari della fiamma della carità, ci mancherebbe altro, ed è altrettanto vero che lo Spirito soffia dove vuole, ma non è questo il punto; ci sono segnali importanti ed essenziali che pur non essendo unici essi non possono essere spenti, se pensi alla luce nella notte molte sono quelle che brillano e nessuna può definirsi importante essenziale, si spegne un neon e se ne accende un’altro, dunque sembrerebbe così, ma prova a spegnere un faro, la luce di un faro posto su di una scogliera è luce come una lampada, ma se si spegne le navi che percorrono quel tratto di mare andranno perdute sugli scogli, dunque la luce di quel faro diventa particolarmente importante ed essenziale per la navigazione, nonostante siano milioni le luci che brillano nel mondo, quella di quel faro non può essere spenta. I diaconi sono questi fari che indicano la navigazione alle anime essi sono segni “irrinunciabili” della carità di Cristo, la indicano a tutte le navi senza distinzione per la bandiera che battono, per questo non si possono spegnere.

2. e 3. Non sono un teologo e non pretendo di spiegare la scrittura, ma nell’ultima cena del Vangelo di Giovanni l’eucarestia non c’è, almeno nella forma della consacrazione “prese il pane rese grazie, lo spezzò e disse…” è sostituita con la lavanda dei piedi. Il re che diventa servo con il comandamento di lavarsi i piedi a vicenda. Certamente tutto scaturisce dall’Eucarestia sorgente e fine di ogni vita, ma serve l’eucarestia soltanto senza le opere? Nutrirsi solo dell’eucarestia dimenticandosi dell’amore al prossimo è sufficiente? E se io non partecipassi mai all’eucarestia ma donassi la vita per coloro che amo mi salvo? E l’eucarestia senza l’amore a Lui senza una mia responsabile adesione alla sua volontà al suo amore è sufficiente per se stessa? Pongo solo domande non risposte. Certamente anche il diacono potrebbe essere sacerdote cosa l’impedisce? Solo una norma canonica, non sono diaconi e sacerdoti i sacerdoti stessi? Oppure ci deve essere una rigida separazione di ruoli? Fornai, è un mestiere che ho fatto per dieci anni, la pasta il lievito e il sale. Se vuoi fare il pane buono occorre un giusto equilibrio tra il sale il lievito e la farina. Non tutto può essere lievito altrimenti il pane sa di lievito ed è cattivo, non tutto può essere sale altrimenti il pane è salato ed è cattivo, non può essere soltanto farina, altrimenti non lievita rimane ammozzerellito ed è cattivo. Trovi tutto nel vangelo alla parabola del lievito del sale e della pasta.

Dunque i sacerdoti sono “fornai” non è una definizione scherzosa o buttata lì questa definizione richiede attenzione, perché  essi sono chiamati a lavorare la pasta di ogni uomo a gestire il giusto equilibrio tra la legge (il sale) e la misericordia (il lievito) affinché nessuno di quelli loro affidati si perda. Infatti, quando un sacerdote fa prevalere la legge non guardando ha chi davanti alla sua situazione al Chi è lì ed ora in ginocchio per chiedere perdono, non usando il giusto equilibrio tra sale e lievito, con la sola legge “uccide” la speranza e la pasta di quell’uomo (la sua anima) si perde. Così quando troppa è la misericordia, l’uomo senza regole si smarrisce non ha punti di riferimento e perde la speranza e con la speranza la salvezza.

Se leggi l’episodio della donna trovata in flagrante adulterio capirai cosa voglio dire, “donna nessuno ti condanna? Neanch’io, va e non peccare più!”

Come vedi nessuno scherzo, oltre al fatto che essi consacrano il pane che diventa Lui, ma se quel pane diventato Lui non corrisponde alla vita di chi consacra?

Diffusa ovunque la capacità di celebrare l’eucarestia voglio dire che deve essere aperto l’ordine sacro agli uomini sposati, credo che la norma canonica che l’impedisce per il cattolicesimo di rito latino sia ormai inadeguata ai tempi ed all’urgenza evangelica di annunciare cristo con la vita e con i segni sacramentali.

4. Per quanto riguarda la gerarchia i diaconi ne fanno parte  anche se dovresti ricordare la modifica al diritto canonico che ti riporto qui sotto voluta dal Papa Benedetto XVI:  Il can. 1009 del Codice di Diritto Canonico d’ora in poi avrà tre paragrafi, nel primo e nel secondo dei quali si manterrà il testo del canone vigente, mentre nel terzo il nuovo testo sia redatto in modo che il can. 1009 § 3 risulti così: “Coloro che sono costituiti nell’ordine dell’episcopato o del presbiterato ricevono la missione e la facoltà di agire nella persona di Cristo Capo, i diaconi invece vengono abilitati a servire il popolo di Dio nella diaconia della liturgia, della parola e della carità” Come vedi non agiamo più in persona di Cristo Capo, dunque non soltanto bistrattati, dimenticati, lasciati da una parte, utilizzati come vasi da fiori o per fare i funerali alle cappelle del commiato visto che mancano i preti o per benedire le case o per i battesimi tanto per citare alcuni compiti da supplenti. Dunque dimmi tu chi siamo.

Conclusione:

Io sono un diacono e come me ce ne sono tanti altri e non siamo supplenti non siamo dei preti dimezzati noi dobbiamo essere grati al Signore che ci ha scelti e chiamati ad essere immagine di Lui servo.

Siamo dimenticati  mentre invece siamo quei fari posti sullo scoglio esposti all’inclemenza del mare per illuminare la notte e tracciare la rotta per le navi di qualunque bandiera che solcano il mare della vita.

Preghiamo soltanto il Signore di non essere spenti perché senza di noi la notte è più buia, comunque sia fatta la Sua Volontà.

IO SONO UN DIACONO!

QUESTIONE DI LUCE

In lui era la vita

e la vita era la luce degli uomini;

la luce splende nelle tenebre,

ma le tenebre non l’hanno accolta.

Egli venne come testimone

per rendere testimonianza alla luce,

Egli non era la luce,

ma doveva render testimonianza alla luce.

Veniva nel mondo

la luce vera,

quella che illumina ogni uomo.

Giovanni 1,4-5;7a;8

E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio.

Giovanni 3,19-21

Voi avete inviato messaggeri da Giovanni ed egli ha reso testimonianza alla verità. Io non ricevo testimonianza da un uomo; ma vi dico queste cose perché possiate salvarvi. Egli era una lampada che arde e risplende, e voi avete voluto solo per un momento rallegrarvi alla sua luce.

Giovanni 5,33-35

Di nuovo Gesù parlò loro: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita».

Giovanni 8,12

Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Và a lavarti nella piscina di Siloe (che significa Inviato)». Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.

Giovanni 9,5-7

Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se invece uno cammina di notte, inciampa, perché gli manca la luce». Così parlò e poi soggiunse loro: «Il nostro amico Lazzaro s’é addormentato; ma io vado a svegliarlo».

Giovanni 11,9-11

Gesù allora disse loro: «Ancora per poco tempo la luce è con voi. Camminate mentre avete la luce, perché non vi sorprendano le tenebre; chi cammina nelle tenebre non sa dove va. Mentre avete la luce credete nella luce, per diventare figli della luce».

Giovanni 12,35-36 

Io come luce sono venuto nel mondo, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre.

Giovanni 12,46

La donna, quando partorisce, è afflitta, perché è giunta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell’afflizione per la gioia che è venuto al mondo un uomo.

Giovanni 16,21

C’è una luce dell’anima che viene da Dio ma al tempo stesso è nostra, è la luce di ciò che dobbiamo essere nella nostra vita.

Seguendo quella luce si giunge immancabilmente al paradiso.

Non soltanto al paradiso, ma s’illumina tutti coloro che ci stanno intorno affinché anche la loro luce dell’anima risplenda e li guidi.

Il Diacono possiede una luce particolare le sue tonalità sono rosse perché ardono di carità, senza la luce del diacono si spegne ogni fiamma di carità nella chiesa, il processo è lento ma inevitabile.

Sembra persino impossibile, ma è così.

La luce del diacono si riverbera in tutta la chiesa a cominciare dal Santo Padre per giungere all’ultimo fedele, all’ultimo uomo sulla terra, perché il diacono è questo segno, questa presenza viva e creante della carità, dell’amore di Dio.

Le icone bizantine che rappresentano Gesù crocifisso con indosso la dalmatica diaconale non fanno altro che rappresentare questo, che mettere in luce quest’aspetto del diaconato indispensabile alla chiesa, un aspetto regale perché il potere si esercita solo nel servizio, questo è il vero potere.

Non si tratta di diaconi bravi o capaci si tratta di luce, di senso del ministero, di presenza e segno per ciò che è e non per ciò che fa.

C’è addirittura un vangelo interamente diaconale ed è quello di Giovanni, nel suo Vangelo s’incomincia con il Verbo, la Parola e si esalta la parola si dice che è osteggiata dalle tenebre ma che non l’hanno vinta, che la parola è la vita per poi continuare con la luce che illumina ogni uomo, ancora una volta è tutto questione di luce.

Vi sono infatti nel suo Vangelo delle sottolineature importanti riguardanti proprio la parola.

La Parola che annuncia la salvezza, la parola che perdona, la parola che fa risorgere, la parola che dona la vista ai ciechi, la parola che zampilla per la vita eterna, la parola che diventa azione nella lavanda dei piedi.

Sono le eucarestie (intese come presenza reale di Gesù che accoglie, salva, perdona fa risorgere a nuova vita).

Non c’è soltanto l’eucarestia come presenza reale ma la Parola è presenza reale, il vangelo di Giovanni è pieno di questi riferimenti alla Parola, non è con la Parola che trasforma l’acqua in vino? Non è con la Parola che comanda al mare ed al vento?

Infine nella grande pagina della cena, in quella che viene indicata come la preghiera sacerdotale, non è che trasforma la parola in servizio quando dice fate come me e si china a lavare i piedi dei suoi discepoli?  Non soltanto, ma ritiene “quasi” superfluo celebrare l’Eucarestia, perché l’Eucarestia è già nelle azioni che Gesù ha compiuto in tutto il vangelo di Giovanni, sembra quasi che l’evangelista affermi che la presenza reale del Cristo è nelle azioni che si compiono.

Il diaconato non è un servizio di secondo piano da leggersi come il supplente del sacerdote o il supplente del ministro nella celebrazione di alcuni riti (tipo quello dei defunti o nell’amministrazione del battesimo o del matrimonio) per sollevarlo dalle fatiche quotidiane, il diacono è colui che rende presente il Cristo Gesù nella vita attraverso le sue azioni, è un memoriale.

Lui il diacono l’eucarestia la celebra già ogni qual volta che porta avanti un discorso di carità, ogni qual volta annuncia e spiega la parola egli fa eucarestia, egli è eucarestia.

Se le realtà invisibili sono presenza reale e certezza nella fede si canta nel pange lingua, allora il celebrare l’eucarestia non è altro che la logica conseguenza dell’azione diaconale, non parlo tanto della consacrazione, gesti e parole che comunque potrebbero benissimo competere al diacono, ma parlo di una realtà più profonda, più vitale ed essenziale perché s’inserisce nel cammino quotidiano che ogni uomo compie all’interno della propria storia.

Per fare un esempio, se la domenica mattina si spiega la parola di Dio e si prega già è fare eucarestia perché è la Parola il Verbo che come presenza reale si rende cibo alle anime che vi partecipano.

Se la domenica mattina si va a trovare un infermo o un malato se si compie un’ opera di carità è già eucarestia, se il diacono sussurra parole di perdono di accoglienza, se sussurra parole di conforto è già eucarestia.

In una maniera misteriosa ma reale il diacono diventa il ministro di una parola che non può che essere presenza reale cioè eucarestia.

Detto questo non diventa difficile comprendere quanto la chiesa gerarchica sia lontana da questa realtà anche perché l’eucarestia se è il pane del pellegrino non può essere appannaggio di pochi “fornai”, ma deve essere comune e diffusa ovunque la capacità di celebrarla perché si propaghi nel tempo e nella storia questo cibo essenziale per essere migliori e diversi da un mondo che ci circonda di tenebre che cerca di soffocare la luce.

Ancora una volta è tutta questione di luce, una luce che possiamo accendere e spegnere dentro e fuori di noi, una luce che deve illuminare il cammino di ogni uomo.

Il diacono è uomo della luce, prima la Chiesa gerarchica si renderà conto di questo grande dono e prima e più velocemente si diffonderà la luce su ogni uomo.