Ai miei confratelli diaconi scrivo:
Cari confratelli nel diaconato, mi rivolgo a voi tutti, ovunque siate nel mondo, nella comunità dove vivete, dove lavorate, con quei fratelli con cui camminate, soffrite amate.
Oggi mi rivolgo a voi perché è iniziato un nuovo anno.
Penserete, cosa c’entra questo con noi?.
Noi siamo i servi dell’Amore, siamo coloro che sono stati scelti per il servizio, siamo coloro che cinto l’asciugatoio, unica veste liturgica usata da Nostro Signore nel Vangelo, hanno scelto di rispondere alla chiamata al servizio del popolo di Dio, di cui tutti, nessuno escluso, siamo servi.
Oggi dobbiamo essere felici perché ci è stato dato un esempio, quel bambino nato nella stalla di Betlemme è la manifestazione concreta del nostro essere servi.
E’ il segno vero del nostro servizio, un servizio che s’incarna nell’essere accanto, nel co-spirare (respirare con) con chi soffre, con chi si sente escluso, dimenticato; siamo la voce, le mani, il cuore, il respiro stesso di Dio che si manifesta ai nostri fratelli.
Non dobbiamo sentirci abbandonati dimenticati, cosa volete che contino tutti i discorsi che si fanno sul diacono se deve essere o non essere pagato, se deve attendere al servizio liturgico, o altro?
Tutto ciò non conta niente!
Cosa volete significhi se non ci fanno leggere durante le celebrazioni il Vangelo, se non facciamo un’omelia e se spesso veniamo usati come attaccapanni o come dice un mio carissimo amico, vasi da fiori liturgici, cosa volete significhi se alla comunione, c’imboccano come fossimo bambini se ci considerano poco meno dei laici impegnati, la dignità dell’ordine ricevuto nessuno ce la può togliere.
Noi siamo diaconi per l’elezione ricevuta, siamo diaconi per la proposta che lo Spirito ci ha fatto, e per la nostra personale risposta alla Chiesa che attraverso il Vescovo ha riconosciuto in noi questo carisma.
Essere servi nasconde in se l’onere e l’onore di un tale compito.
Siamo come quel bambino che giace in quella mangiatoia pronto a camminare nel mondo sorretto da Maria e Giuseppe, così noi siamo sorretti dalla Ecclesia, da quella assemblea dei credenti che è il popolo di Dio.
Ci dicono che non agiamo in Persona Cristo per quanto concerne i poteri, persino il codice di diritto canonico si è dovuto cambiare per dimostrare la nostra pochezza, ma in questo sta la potenza dei servi, più bassi sono i compiti e più infima la nostra considerazione e più il nostro posto è definito e grande.
Cosa vogliamo di più se non essere come quel bambino per il quale non c’è posto nell’alloggio così come non c’è posto per noi intorno all’altare?
Cosa vogliamo essere se non come quel bambino che venne tra i suoi e i suoi non l’hanno accolto.
Cosa vogliamo essere se non come quel bambino rinnegato, venduto e tradito per poi essere crocifisso e in quella croce riconoscere il nostro umile posto il nostro premio, il nostro orgoglio di appartenere a Lui a Lui soltanto.
Essere il segno di quelle mani che forate si chinano sulle piaghe, se non quel cuore ferito per amare.
Ho già accennato al diacono come faro, che indica la rotta ai naviganti, oggi troviamo la radice della nostra luce, oggi comprendiamo il senso profondo di ciò che siamo, oggi troviamo la nostra collocazione vera, il nuovo anno ci spinge a camminare alzando la fronte e con la capacità di guardare oltre di guardare lontano a quella meta che è Gerusalemme in cui speriamo di essere mortificati e calpestati, umiliati e sconosciuti dai nostri stessi amici per diventare il servo fedele che non può che aspirare ad essere come il suo Signore.
Certamente penseranno alcuni che è una magra consolazione la mia, che il mio ragionamento è l’ultimo ripiego di chi si sente messo da una parte, dell’esiliato che non riesce più ad emergere per cui si deve accontentare di ciò che ha e trovare le ragioni del proprio “soffrire”.
È vero, non lo mando a dire dietro che in questo mio ragionamento si può leggere la solitudine e l’abbandono, la non considerazione di ciò che personalmente sono e di ciò che tanti come me vivono, ma non provo vergogna per questo e neppure mi sento presuntuoso nell’affermarlo con la semplicità del cuore.
Credo fermamente nella consapevolezza di ciò che sono e delle azioni che compio, anche se dimenticate, anche se non considerate e di ciò che ho compiuto niente rinnego perché tutto mi fa essere ciò che oggi sono.
Rimane comunque il modello e rimane comunque la verità di fondo; quella cioè che il diaconato viene dimenticato, nascosto umiliato, come del resto tate cose suscitate dallo Spirito Santo attraverso il Concilio vengono nascoste, umiliate, mortificate.
Dunque siamo in buona compagnia.
Rimane il segno, il segno di un Bambino che tendendo verso di noi le sue braccia ci mostra il cammino, un cammino fatto di tenerezza e attenzione, fatto di comprensione e condivisione, fatto anche di mortificazione e privazioni, che ha come prospettiva la croce e come soluzione finale la resurrezione.
Sfido chiunque a togliercelo, sfido chiunque a togliere il nostro dolore, sfido chiunque a negare ciò che siamo ciò che condividiamo fratelli diaconi in Cristo.
Dunque buon anno a tutti voi e ogni benedizione mia per voi e ogni vostra benedizione per me, condividiamo quest’amore e questa croce condividiamo l’esaltazione di un ministero che oggi più che mai indica una strada che percorriamo con l’anima nuda perché non si nascondano le ferite perché non si nasconda la vita perché non si nasconda l’amore.
A voi,
Buon anno che questi giorni siano i nostri giorni.
Diacono Claudio