Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.
(Gv 20,1-9)
Quale scena e quanta corsa, il fiato in gola e le gambe stanche, i volti di chi s’incontra per strada, la sensazione di mille sguardi fissi su di te; e tu che corri.
Corri e non pensi a niente, forse vorresti, ma corri soltanto.
Credo che il correre rappresenti bene la nostra vita, una vita di chi non ha compreso la Scrittura, consumata nella fretta e nella superficialità.
Una vita di chi pur vivendo tutti i giorni non comprende l’inverosimile, l’incanto e la passione dell’amore. L’unica passione che conosciamo é legata al nostro essere padri e madri, amanti. Non scorgiamo l’orizzonte che si pone davanti al nostro sguardo, non conosciamo l’amore, la tensione del donarsi totalmente perché ciò ci rende prigionieri dell’altro/a prigionieri d’amore come Lui è prigioniero della passione per noi.
Siamo talmente legati alla terra di cui siamo fatti che non ci accorgiamo più del cielo sopra di noi, viviamo come se non esistesse. Certo sappiamo che c’è, esiste la pioggia uggiosa e avvilente che sciupa le nostre giornate, esiste la neve per sciare e fare le settimane bianche e il mare per abbronzarsi e ballare, fare nuovi incontri, vivere l’avventura, ma non esiste la natura da amare, difendere e proteggere, custodire.
Siamo così presi dal mondo, dai figli, dalla donna o dall’uomo che abbiamo accanto siamo presi dal denaro da ciò che possediamo e vorremmo possedere, siamo presi dalla commiserazione, dal piangerci addosso, siamo presi dalla salute o meglio dalla paura della malattia che non c’è spazio per la speranza.
La vita, la nostra vita che si srotola tra nascite matrimoni e funerali, che sa leggere i listini della borsa ma non riesce a guardare nel proprio cuore, non riesce a scrutare il pulsare prorompente della vita che esige, che chiama, che vuol essere posseduta per vivere ancora, la nostra vita smarrita di cui raramente siamo contenti.
Dovremmo anche noi accettare quello che Giovanni dice a 90 anni di se stesso, non aveva ancora compreso la scrittura, non aveva compreso la resurrezione, la sua gioventù possedeva la velocità, ma quale incanto quel giorno con la consapevolezza che tutto era possibile a portata di mano, i sogni la vita e che vita la sua. Tutto era lì, lo sentiva ma non lo possedeva consapevolmente quel pensiero. Ora vecchio rivive la sua gioventù scoprendovi il senso profondo di quella trafelata corsa.
Giovanni è il suo nome, o come lo chiamò Gesù “figlio del tuono”, dirompente come sa essere la fiamma dell’amore. Come ogni bambino avrà immaginato chissà cosa, poi l’incontro nel cenacolo la sera di quello stesso giorno con le porte chiuse, una vita, una vita per comprende ed abbracciare il mondo, una vita intera per sentirsi tutto con tutti, per sentirsi ancora l’ansia e l’affanno in gola, una vita per rivedere quel sepolcro vuoto e le bende posate in disparte.
Le bende per fasciare e lenire il dolore, per preservare un misero corpo piagato, offeso oggetto di violenza, dissacrato, quelle inutili bende che coprono ancora i nostri occhi, piegate in disparte.
Cosa vediamo quando guardiamo quella tomba? La tomba dei nostri figli, di nostra moglie, di nostro marito, di nostro padre e di nostra madre, dei nostri amici, dei tanti giovani che muoiono inutilmente il sabato sera, cosa vediamo nella lunga fila del cimitero quando il passo lento della processione ci conduce all’ultimo saluto, se vediamo solo le bende non vediamo niente, se ci lasciamo offuscare lo sguardo dal pianto e resta il sepolcro con la pietra calata sopra allora non vediamo niente. Vediamo solo il buio.
Giovanni ricordati di quella polvere, delle pietre che si ponevano davanti alla corsa del sepolcro spalancato ricordati dello sguardo carico di speranza e color del cielo delle donne ricordati dell’amore e della gioia che piano piano si faceva spazio nella notte dell’anima.
Ricordati di me povero Giovanni pellegrino.
Quale annuncio Pasquale più grande di questo, quale luce fora le nubi del cielo e brilla più forte del sole, acceca le stelle, tutte le stelle dell’universo, perché brilla più forte quest’annuncio.
La morte è sconfitta definitivamente!
Ma non abbiamo compreso.
Ci sono due cose del vangelo che mi emozionano tanto, che mi resta difficile comprendere in tutta la loro profondità. L’incarnazione e la resurrezione è in questo spazio che si sviluppa la nostra vita, una vita passata e vissuta come un sasso vive l’acqua del fiume che gli scorre sopra ma non l’inzuppa nel profondo.
In ambedue il Signore si lascia trascinare, coinvolgere pienamente, compie lo stesso prodigio realizza lo stesso mistero, assume su di sé la realtà umana e la trasforma la rende qualcos’altro, l’opera è talmente forte e dirompente che avviene con silenzio nel mistero, ma lo spartiacque è proprio lì in quel duplice mistero che ci lascia indifferenti perché possiamo vivere, liberi, liberi di amare e amarLo.
Chi sono io?
Se non il Cristo che nasce!
Chi sono io?
Se non il Cristo che muore!
Egli è me ed io sono lui.
La paura del vivere scompare e posso affrontare tutto, cambiare tutto, se possedessi questa consapevolezza non solo la mia vita, la mia morte, il mio amare, ma anche il tempo si piegherebbe al mio volere.
Io in Lui e Lui in me in questa unità di natura che condividiamo, cosa potrebbe impaurirmi?
La morte? Ma io sono risorto! La vita? ma io sono nato nella sua nascita! L’amore, ma lui è l’Amore!
Ma non abbiamo compreso ancora, e le nostre gambe ci portano laggiù di corsa o lentamente con la curiosità nello sguardo o con la speranza nel cuore, lentamente ci conducono a quella tomba in cui saremo sepolti o risorgeremo.
Perché il giungere correndo può voler dire l’incanto della vita o semplicemente il silenzio del sepolcro dipende solo se… abbiamo compreso.
Diacono Claudio