PERCHE’ I DIACONI DEVONO LAVORARE ?   5 comments

La polemica nasce da una semplice domanda che un lettore ha fatto a Toscana Oggi il settimanale della C.E.T. Conferenza Episcopale Toscana, come potrete vedere si verificano cose strane quando si parla di “Lavoro e Denaro”, il clima si arroventa molto di più che si parlasse di valori.

Buona lettura.

INIZIA LA STORIA

25/03/2009 – 13:56 – Perché il diacono deve lavorare?


Mi piacerebbe sapere se c’è una motivazione teologica o solo pratica, dietro al fatto che, mentre sacerdoti (e vescovi) vivono con il sostentamento, i diaconi permanenti devono avere un lavoro civile, oltre agli impegni della famiglia e del diaconato.

Giacomo Gradoni

Risponde padre Valerio Mauro, docente di Teologia sacramentaria

La domanda del lettore mette in campo diversi aspetti. Non si tratta solamente di una questione teologica, ma vi sono coinvolti le affermazioni del diritto canonico e di quello concordatario, che rispondono a vedute differenti.

Con il rinnovamento teologico sancito dal Concilio Ecumenico Vaticano II si entra nello stato di vita clericale con il sacramento del diaconato. Così precisa il Codice del 1983: «Si diventa chierici… con la recezione del diaconato» (can. 266). Da questo punto di vista non vi è alcuna differenza fra coloro che ricevono il diaconato da celibi e fanno promessa di rimanere tali oppure coloro che lo ricevono da sposati, con il consenso della moglie. Entrambi sono chierici, sia che svolgano una professione secolare, sia che si dedichino a tempo pieno al ministero, secondo gli incarichi ricevuti dal proprio vescovo.

Sulla base delle stesse parole di Gesù, tramandate dal Vangelo, coloro che si affaticano e si dedicano alla predicazione hanno diritto alla propria ricompensa. Secondo la narrazione di Luca, il Signore, dopo aver mandato in missione i dodici, inviò altri settantadue discepoli, perché lo precedessero nelle città e luoghi dove si stava recando. Ad essi disse di annunciare la pace, fermandosi ospiti nelle case, «perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa» (Lc 10,7). La Chiesa ha conservato fin dagli inizi questa raccomandazione del Signore. L’apostolo Paolo davanti alla comunità di Corinto si fa vanto di avere rinunciato al diritto di una ricompensa quale annunciatore del Vangelo di Cristo. Lo ha fatto di propria iniziativa, per «annunciare gratuitamente il Vangelo senza usare il diritto conferito[gli] dal Vangelo» (1Cor 9,18).

Tutto il capitolo di 1Cor 9 riafferma che «anche il Signore ha disposto che quelli che annunciano il Vangelo vivano del Vangelo» (1Cor 9,14). Il decreto del Vaticano II sui presbiteri riconosce la validità della norma anche nelle mutate condizioni culturali del mondo contemporaneo. Ai numeri 20-21 della Presbyterorum ordinis, sulla base delle citazioni bibliche sopra accennate, si riafferma il diritto dei presbiteri di essere retribuiti per il loro ministero e il dovere da parte dei fedeli di contribuire al loro sovvenzionamento, sotto le indicazioni dei vescovi.
Da queste indicazioni conciliari derivano le disposizioni dell’attuale Diritto canonico, che, però, estendono il diritto/dovere del mantenimento per il ministero svolto a tutti i chierici, compresi quindi i diaconi. Al can. 281 sono indicati i modi per una «rimunerazione adeguata», tenendo conto dei vari uffici, condizioni di tempo e luogo e persino di salute (casi di malattia, invalidità o vecchiaia).

Per i diaconi coniugati si fa la distinzione fra coloro che esercitano una professione civile o meno. I primi sono tenuti a provvedere ai propri bisogni con tale reddito. I secondi, invece, che si dedicano a  tempo pieno al ministero ecclesiastico, devono ricevere il necessario per sé e la propria famiglia. Questa è la legislazione ecclesiastica, che ha valore per tutta la Chiesa cattolica di rito latino.
In Italia, tuttavia, si devono aggiungere le indicazioni del Concordato con lo Stato, che si presenta come una legislazione capace di modificare il tenore della legislazione canonica. E secondo il Concordato attuale sono riconosciuti ufficialmente come ministri di culto cattolico solamente i presbiteri. Per correttezza, sottolineo che mi sto addentrando in una questione giuridica complessa, perché investe il diritto canonico e quello concordatario. Non si tratta di una materia di mia specifica competenza e vi accenno, col beneficio del dubbio, solo per completare il quadro di riferimento.

Tornando ad una prospettiva a me più pertinente, non vi sono motivi teologici per i quali i diaconi che svolgono un ministero ecclesiale non debbano ricevere un sostentamento adeguato. Sulla figura diaconale vi è ancora molto da rielaborare in una riflessione ecclesiale a tutto campo. A mio parere, tuttavia, la questione economica dovrebbe essere secondaria rispetto a quella formativa. Occorre insistere su una seria formazione dei candidati al diaconato. Occorre una formazione previa che aiuti a discernere con vigilanza sulla chiamata a questo ministero. In secondo luogo, occorre al tempo stesso una cura costante nella formazione permanente dei diaconi, che essi stessi in prima persona devono avvertire come il primo dovere del ministero ricevuto. Su queste basi, allora, la comunità ecclesiale dovrebbe trovare più facilmente soluzioni per un adeguato sostentamento di questi suoi ministri.

Toscana Oggi n. 13 del 29/03/2009

06/05/2009 – 15:17 – La gratuità del servizio del diacono permanente

di Walter Lazzarini

Delegato della diocesi di Pescia per il diaconato permanente

Intendo dare un personale contributo a quanto chiesto e risposto nella rubrica «Risponde il teologo» sul numero di Toscana Oggi del 29 marzo scorso (Perché il diacono deve lavorare?), in merito alla questione sul «Perché il diacono deve lavorare?».

La prospettiva da cui si deve partire per un’adeguata risposta alla domanda posta è quella della dimensione pastorale propria del diacono in sé e del contesto ecclesiale in cui viene a trovarsi.

Infatti a mio parere il quesito è posto in maniera inappropriata, perché sembra voler nascondere quasi una rivendicazione di tipo sindacale e salariale e contemporaneamente prospetta un’implicita istanza di collocazione in un servizio esigente ricompensa, mentre il compito diaconale di per sé è gratuito ed oblativo.

Nessuno può arbitrariamente attribuirsi una funzione ecclesiale, ma semmai aprirsi ad un significativo discernimento e valoriale impegno formativo al di là di quello che poi può essere l’investimento pastorale dell’uomo ordinato diacono.

In questa ottica non è al teologo che ci si deve rivolgere per desiderare una risposta chiara ed esauriente, ma alla propria coscienza di credente che presumibilmente si sente «chiamato» ad una vocazione specifica dentro il tessuto ecclesiale.

Infatti chi arriva a chiedere se il diacono «permanente» debba lavorare o no non ha ben chiaro il progetto diaconale in sé e la sua posizione nell’intera elaborazione pastorale. Esso richiede impegno sì, ma soprattutto una dimensione etica raffinata ed una spiritualità di alto spessore. Se i presbiteri ed i vescovi vengono remunerati lo è per scelta dei fedeli, in quanto essi vedono in essi una piena disponibilità ad un servizio evangelico delle persone da aiutare, guidare, servire. Non così per il diacono permanente, il quale è configurato diversamente dentro il popolo di Dio ed è dallo stesso percepito come colui che collabora fattivamente sì, ma non a tempo pieno col presbitero ed il vescovo per rendere meglio percepibile la visione della chiesa come serva. A chi desidera intraprendere, secondo l’antico uso, il cammino diaconale si richiede servizio pieno della professione, probità e sapienza di conduzione della propria comunità familiare, rettitudine di intenzione e desiderio esclusivo di servire il Cristo/Servo nella chiesa Serva e sua Sposa.

E se il diacono è celibe? come ci si deve comportare? Qui dipende dalla «charitas», di paolina memoria, ecclesiale e dalla sensibilità pastorale di colui che guida una chiesa locale, che sapientemente può affidare incarichi a tempo pieno al diacono con relativa remunerazione (iscrivendolo nell’Istituto diocesano per il sostentamento del clero), specificando che ciò non è sostitutivo di un lavoro qualsiasi, ma è servizio pastorale, perché si verrebbe a dare l’impressione che si può diventare diacono facilmente e ricevere immediatamente un impiego con relativo facile stipendio, saltando la filiera delle liste di collocamento e quant’altro necessita per addivenire ad un lavoro professionale. Questo può essere sempre un rischio presente ed anzi, oggi più che mai, può divenire realtà e non solo un apparente pericolo.

I documenti magisteriali parlano chiaro: non si diventa diacono per avere immediatamente un lavoro, ma è una vocazione per il servizio, cui eventualmente può essere dato un certo cespite come gesto di ricompensa e di sollecitudine.

Infine la diaconia non è uno strumento veloce per occupare una persona, dandole un introito sicuro senza passare per selezioni varie od attese di liste occupazionali, ma è al contrario un vero e proprio dono dello Spirito e su questa acquisizione di fondo c’è molto da lavorare ed impegnarsi.

Toscana Oggi n. 18 del 10/05/2009

SECONDO ATTO

Alla rubrica

“Lettere al direttore” Toscana Oggi

Via dei Pucci, 2  50122 FIRENZE

Gentile Direttore,

nei mesi scorsi sono apparsi su Toscana Oggi due articoli di P. Valerio Mauro il primo e di Don Walter Lazzarini, rispettivamente docente presso la Facoltà teologica di Firenze Padre Valerio, e delegato per il diaconato della diocesi di Pescia Don Walter, anche lui con esperienza di docenza presso l’Istituto teologico della Versilia. La loro pubblicazione è avvenuta sul n. 13 de 29 marzo e sul n. 18 del 10 maggio.

I due interventi, che intendevano rispondere alla domanda posta da un lettore sul “Perché il diacono deve lavorare?”, hanno affrontato l’argomento in modo improprio, fuori contesto e con accostamenti molto discutibili. Si potrebbe dire –rubando l’espressione a qualcuno- con abbinamenti di ingegneria teologico-ecclesiale che, invece di spiegare, complicano la questione.

Non è nostra intenzione polemizzare in alcun modo con i due autori: risponderemo loro direttamente anche per non tediare nessuno con un dibattito accademico o teorico ma, soprattutto per non venire tacciati –come talvolta veniamo indirettamente additati- di fare rivendicazioni di categoria.

Grazie per l’ospitalità e un cordiale saluto a P. Valerio e a Don Walter.

Un gruppo di diaconi fiorentini.

TERZO ATTO

QUARTO ATTO

Caro don Walter,

Con riferimento al tuo “personale contributo” offerto su Toscana Oggi in merito alla questione sul “Perché il diacono deve lavorare?” riteniamo di poter concordare immediatamente sul dato teologico di base: “alla natura sacramentale del ministero ecclesiale è intrinsecamente legato il carattere di servizio” (CCE can.876). Tutti gli sviluppi del ministero apostolico fino alle mansioni stabili presenti nelle Chiese post-apostoliche sono diakonia. Ce ne danno ampia conferma e dettagliata documentazione teologi come P.Grelot, H.Schlier, R. Schnackenburg, B.Maggioni, E.Castellucci, solo per citarne alcuni ed ai quali rimandiamo per specifici approfondimenti. La diakonia di cui trattasi dichiara sia una valenza cristologica in quanto, innestandosi sulla diakonia di Cristo, assume da essa la missione, lo stile pastorale e l’autorità; sia una valenza ecclesiale, laddove il ministero neotestamentario viene caratterizzato da sostanziale dedizione diaconale alla Chiesa, presentandosi non avulso dalla comunità o sopra di essa, ma sempre dentro ed al suo servizio.

La lettura del Sacramento dell’Ordine in chiave “simbolica”, in effetti, mostra chiaramente come il diaconato evidenzia la diaconia di Cristo, accogliendo, incarnando e testimoniando a tutti che la forza e lo stile del servizio autentico vengono da Cristo. Il diacono, in definitiva, è “simbolo” della carità di Cristo Capo, povero ed umile che ha compassione delle sue creature, e della Chiesa corpo che, sollecita verso i bisogni spirituali e corporali dell’uomo, trasmette a tutti la forza della risurrezione gloriosa del suo Signore.

Per quanto attiene, poi, alle norme che “determinano i modi di esecuzione delle leggi universali della Chiesa, esplicitano le loro ragioni dottrinali e ne inculcano la loro fedele osservanza” rimandiamo al Direttorio per il ministero e la vita dei diaconi permanenti. Per l’argomento che ci concerne citiamo: “I diaconi impegnati in attività professionali devono mantenersi con gli utili da esse derivanti. È del tutto legittimo che quanti si dedicano pienamente al servizio di Dio nello svolgimento degli uffici ecclesiastici siano equamente rimunerati, dato che l’operaio è degno della sua mercede e che il Signore ha disposto che quelli che annunziano il Vangelo vivano del Vangelo. Ciò non esclude che, come già faceva l’apostolo Paolo non si possa rinunciare a questo diritto e provvedere diversamente al proprio sostentamento. Non è facile fissare norme generali e vincolanti per tutti riguardo al sostentamento, data la grande varietà di situazioni che si hanno tra i diaconi, nelle diverse chiese particolari e nei diversi paesi” (n.15). “I chierici, in quanto dedicati in modo attivo e concreto al ministero ecclesiastico, hanno diritto al sostentamento, che comprende una rimunerazione adeguata e l’assistenza sociale”. Con riferimento ai diaconi coniugati il Codice di Diritto Canonico così dispone: I diaconi coniugati che si dedicano a tempo pieno al ministero ecclesiastico siano remunerati in modo da essere in grado di provvedere al proprio sostentamento e a quello della famiglia; quanti ricevono una remunerazione per la professione civile che esercitano o hanno esercitato, provvedano ai loro bisogni e a quelli della propria famiglia con i redditi provenienti da tale remunerazione (n.16). Rimandiamo al medesimo documento per le diverse casistiche esaminate ai nn.ri 17 (diaconi celibi senza altra remunerazione), 18 (diaconi sposati senza altra rimunerazione), 19 (diaconi sposati con rimunerazione), e 20 (rimborso spese).

Fissati e chiariti in estrema sintesi i dati teologici e normativi di base, cui avremmo preferito tu ti fossi più strettamente attenuto, ti forniamo qualche nostra sintetica considerazione in merito al tuo “personale contributo” per quanto attiene sia al metodo, sia alle argomentazioni.

La risposta ad una richiesta altrui è una delle due grandi categorie cui fa riferimento la comunicazione come atto finalizzato. In questa chiave la comunicazione rappresenta un mezzo attraverso il quale l’individuo stabilisce un contatto con altri individui che gli sono utili al soddisfacimento del propri bisogni e/o allo svolgimento di un ruolo, al fine di influenzarne il comportamento in direzione coerente a tali bisogni e/o ruoli. L’occasione che ti era offerta con la risposta al quesito del lettore sarebbe potuta essere, a nostro avviso, particolarmente favorevole non solo per presentare la figura del diacono, ma anche per operare le dovute accentuazioni sull’”essere venuti a servire e non ad essere serviti”, tipicità evidente ma non esclusiva del clero. Il tuo intervento, invece, ci è apparso caratterizzato da assenza di decentramento comunicativo, ivi spiccando la non corretta impostazione della dimensione relazionale quanto ad orientamento.

Diversamente da quanto proposto da te con alcune argomentazioni, noi siamo convinti che:

  • Per una riflessione sulla figura diaconale, di cui la dimensione economica rappresenta comunque un aspetto secondario, bisogna rivolgersi sia al teologo (nelle diverse “specializzazioni”) che allo storico ed al canonista e non solo al pastoralista.
  • Il progetto diaconale in sé e la sua posizione nell’intera elaborazione pastorale richiedono certamente ulteriori e significativi approfondimenti (il problema non è il lettore che “non ha chiaro…”), atteso che gli stessi vescovi italiani nel documento “Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia” al n.11 così si esprimono: “Altrettanto importante è definire gli ambiti ministeriali da affidare ai diaconi permanenti, secondo una figura propria e non derivata rispetto a quella del sacerdote, ma coordinata con il suo ministero, nella prospettiva dell’animazione del servizio su tutti i fronti della vita ecclesiale”.
  • Nella chiesa universale sussistono varietà di situazioni, delle quali bisogna tener conto (e non soltanto trattando del diaconato), anche per un “arricchimento” della riflessione: senza volersi troppo allontanare dal punto di vista geografico, basti pensare per esempio a quanto diversa dalla impostazione italiana (anche sotto l’aspetto economico) è la situazione del diaconato nei paesi di lingua tedesca. La Congregazione per il clero, come già riportato sopra, dichiara infatti: Non è facile fissare norme generali e vincolanti per tutti riguardo al sostentamento, data la grande varietà di situazioni che si hanno tra i diaconi, nelle diverse chiese particolari e nei diversi paesi” (n.15).

A conclusione di questa lettera ti salutano fraternamente i diaconi sottoscritti che, appartenenti al clero secolare, ringraziano il Signore per averli chiamati al suo servizio, consentendo loro di continuare ad operare nel secolo (famiglia, lavoro), con tutti i quotidiani problemi rivenienti dal secolo, proprio come proposto da San Paolo.

Un gruppo di diaconi di Firenze

Caro Padre Valerio,

con un po’ di ritardo rispetto al tuo intervento in risposta ad una domanda sulla retribuzione del servizio ministeriale dei diaconi permanenti, e dopo averne discusso fra noi, un gruppo di diaconi ha deciso di intervenire nel merito della tua risposta.

Abbiamo sempre apprezzato molto la tua capacità espositiva e la tua franchezza nell’esporre delle idee anche molto innovative e coraggiose, in modo speciale durante le riflessioni sul ministero ordinato, che non molto tempo fà hai condotto con e per i diaconi permanenti della nostra diocesi di Firenze.

In particolare ci risuonano le tue affermazioni sulla radice unica del ministero ordinato, che accomuna vescovi, presbiteri e diaconi, inserendoli nella successione apostolica.

Sono ancora molto chiare dentro di noi le parole con cui in questi incontri esprimevi la necessità di rivedere i criteri con cui la risorsa diaconato viene attualmente utilizzata, proprio per le sue caratteristiche che la rendono una preziosa risorsa “inventata” dallo Spirito Santo per contribuire ad evangelizzare il nostro problematico mondo attuale.

In particolare ricordiamo le parole con cui hai espresso sincera stima ed apprezzamento per l’opera del diacono che vive ed opera nella parrocchia di cui sei Amministratore parrocchiale: è lui che anima, conduce, sprona la comunità parrocchiale, è a lui che l’intera comunità si rivolge in caso di necessità, è lui di fatto il vero punto di riferimento spirituale.

Per queste ragioni siamo rimasti molto colpiti dalla chiusa della tua risposta alla domanda del lettore che chiedeva lumi sulle ragioni per cui il servizio ministeriale del diacono non è retribuito, a differenza di quello dei presbiteri. Una chiusa che risuona francamente stonata con tutto quello che in precedenza ti avevamo sentito dire e che può anche essere considerata come offensiva, specie per chi cerca con impegno e serietà, anche se con tutti i limiti del caso, di vivere in pienezza quella chiamata che li trascende. Pensiamo che se si mette la questione, come sembra dalla tua risposta, sul piano della formazione e dell’impegno, le stesse cose che tu dici si potrebbero anche applicare facilmente almeno ad alcuni presbiteri, che quindi, aderendo alla tua tesi, non risulterebbero meritori del sostegno economico di cui beneficiano. Senza considerare poi che diversi diaconi, non solo non ricevono alcun compenso per il ministero che svolgono, ma che nemmeno vengono rimborsati per le spese che sostengono per l’attività ministeriale.

Siamo sicuri quindi che la conclusione in questione non abbia espresso con chiarezza il tuo pensiero e ti inviteremmo quindi a volerci spiegare meglio il tuo pensiero sull’argomento.

Con affetto

Un gruppo di diaconi di Firenze

QUINTO ATTO


SESTO E SPERIAMO ULTIMO ATTO

Lettera aperta a don Walter Lazzarini

Caro don Walter, è con profonda tristezza che mi accingo a scriverti, a seguito di una serie di scambi epistolari che ho letto e che hanno avuto come platea le pagine di Toscana Oggi, ed alle quali occorre dare una risposta pacata senza clamore, ma con quella umiltà e fermezza che dovrebbe caratterizzare ogni cristiano che si mette in dialogo con gli altri.

Perché certe affermazioni non si dovrebbero neppure pensare pensiamo poi a scriverle.

In ambedue gli articoli che ho letto lei parla di RIVENDICAZIONE quasi si dovesse parlare di rapporti tra datore di lavoro e operai, oppure di volersi porre, da parte del diacono, all’attenzione pubblica, nonché di essere alla ricerca di un posto di lavoro comodo e raccomandato.

L’immagine di chiesa che si evince dai suoi discorsi, lo dico con la sofferenza nel cuore, è quella di una chiesa “Supermercato del sacro” dove si comprano i vari servizi religiosi e i suoi uomini delle pulizie (diaconi) commessi (presbiteri) e direttori (Vescovi) sono remunerati da quel popolo di fedeli laici che vengono a comprare.

Non credo fosse l’intenzione di chi ha posto la domanda e certamente voglio sperare neppure la sua, quella di comunicare un’idea di Chiesa così falsa e lontana dalla verità.

Ma neppure era nell’intenzione di quel gruppo di diaconi che le hanno risposto portare avanti rivendicazioni sindacali o posizioni di rilievo che non fossero quella che ben ci compete di essere servi inutili ed indegni d’indossare la veste liturgica che fu di Gesù, cioè l’asciugatoio per lavare i piedi dei suoi apostoli.

Noi vogliamo solo servire la Chiesa nel ministero che per l’imposizione delle mani da parte del Vescovo ci è stato affidato.

Gratuitamente abbiamo ricevuto gratuitamente diamo.

La cosa che mi turba profondamente è che non riesco a comprendere con quale spirito, lei, continui a sostenere in ambedue le lettere questa rivendicazione, sino al punto di giungere alla conclusione grazie a questa rivendicazione, che l’ordine diaconale potrebbe essere soppresso come è accaduto un tempo.

Sembra quasi impossibile, ma quando nella chiesa si parla di Sacramenti di ministeri, non si giunge a queste poco cortesi “minacce”, se invece si parla di denaro, ecco che spuntano immediatamente i difensori della sana e santa dottrina.

Con tutto quello che ne consegue.

Le confesso che per un momento, leggendo la risposta ho temuto di essere “scomunicato”.

Su di una cosa concordo con lei, il diacono non è quello da lei volutamente descritto.

In questo lei ha ragione, è qualcosa di diverso.

É un uomo chiamato da Dio ad incarnare con la sua vita il servizio nella Chiesa, con l’ausilio del dono dello Spirito Santo che gli viene conferito nel sacramento dell’ordine.

É un uomo che cerca, pur con tutti i suoi limiti, di vivere la fedeltà al Vangelo e alla Chiesa, all’accoglienza degli altri innestandoli nella fedeltà che gli deriva dal sacramento del matrimonio, quando è un uomo sposato.

É un uomo che coinvolge nella sua azione pastorale, indicata dalla Chiesa (di animatore di animatori, nei vari ambiti del servizio, alla Parola, alla Carità) e nel suo progetto di vita la famiglia (moglie e figli) e il lavoro.

É un uomo di accoglienza, di dialogo, perché non si può amare la propria moglie e sostenere la propria famiglia se non si accoglie, se non si comprende, se non si rinuncia a se stessi per lasciar posto agli altri ed essere per gli altri, se non si ha ben chiaro il significato della parola “sacrificio”.

É un uomo che si assume le sue responsabilità in prima persona ed è pronto a pagarne il prezzo quando sbaglia; lo ha imparato sul posto di lavoro e in famiglia.

Il diacono è l’immagine di Cristo servo a cui tutti siamo chiamati ad uniformarci, ma che spesso viene tradita anche da quelli che a leggere la sua lettera ne dovrebbero essere i “veri” Ministri.
Evidentemente il diacono non lo è.

Quando invitiamo gli altri a volare alto, per prima cosa dobbiamo assicurarci di essere pronti a sostenerli se cadono, perché questo è quello che fa un essere umano nei confronti dei suoi simili, a maggior ragione un cristiano, è facile puntare il dito per sottolineare le pecche e le mancanze, più difficile è farsi prossimo.

Inconsistenti e superficiali sono tanti abiti talari appesi nelle sacrestie, dismessi ed abbandonati perché il più delle volte ci fermiamo alle apparenze e crediamo che l’abito faccia il monaco.

Pensiamo di possedere la chiave del Regno e di avere il diritto di aprire e chiudere a nostro piacimento, dimenticando che per averle occorre, dopo aver conosciuto l’amarezza del rinnegamento, per tre volte rispondere al Suo invito ad amare “Signore tu sai che ti amo”.

Mi scuso per la fermezza e la chiarezza con cui spero di averle illustrato da semplice diacono permanente ignorante quale sono, che il servizio è prima di tutto “amare” e “accogliere” e che mi spiace molto notare da quanto scrive e dal tono che usa che lei, a mio modesto parere, è molto lontano da quello che vorrebbe fossero i presbiteri e che non sono i diaconi come me.

Diacono Claudio Raspollini che le scrive a titolo personale.

Casignano 29 ottobre 2009

sono un diacono permanente e faccio parte del gruppo dei diaconi fiorentini che tu citi nella lettera.

Infatti a mio parere il quesito è posto in maniera inappropriata, perché sembra voler nascondere quasi una rivendicazione di tipo sindacale e salariale… (Toscana Oggi n.18 del 10-5-2009)

L’ulteriore precisazione da parte di un gruppo di diaconi fiorentini dimostra ancora una volta un desiderio di mettersi al centro dell’attenzione pubblica… (Toscana Oggi del 18-10-2009)

Prospetta un’implicita istanza di collocazione in un servizio esigente ricompensa, mentre il compito diaconale di per se è gratuito e oblativo. (Toscana Oggi n. 18 del 10-5-2009)

Sembra che il diaconato stia ripetendo l’errore di un millennio fa, quando i diaconi si improvvisarono impropriamente vescovi e presbiteri a tal punto che fecero sorgere nei loro confronti diffidenza e cautela per cui ci fu nel clero una levata di scudi contro il diaconato, il quale fu ridotto soltanto ad un gradino del cursus ecclesiastico.

Non solo questo rappresenta una gravità etico morale, si può dire, senza tema di errore che questo tipo di diaconato rivela poco o scarsa formazione teologia… Non si può tacere davanti a tanta inconsistenza e superficialità. (Toscana Oggi del 18-10-2009)

Con un atteggiamento a-critico e poco “sapienziale”, denotando una mancanza di grave disponibilità alla chiesa ed ai suoi ministri.


Posted 30 ottobre 2009 by eliadallarocca

5 Commenti a PERCHE’ I DIACONI DEVONO LAVORARE ?

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  1. Caro don Claudio, solo poche parole per manifestarle la mia stima e convergenza di idee in merito alla sua risposta (questo sesto e davvero auspicabile ultimo atto). Come dice lei, certe affermazioni non si dovrebbero nemmeno pensare, tantomeno scriverle. Ma su questo conviene alzare un velo pietoso. Infine, credo che tutti noi ministri dovremmo avere davanti agli occhi la nostra chiamata sforzandoci di aderirvi nel modo più adeguato possibile. Il Signore l’accompagni nel suo cammino di fede e servizio. p. Valerio (orgoglioso di essere frate e non così sprovveduto sul mondo diaconale).

  2. Sono un DIACONO PERMANENTE pensionato ed offro la mia collaborazione a tempo pieno in parrocchia. Il mattino in ufficio parrocchiale (tutto dall’A alla Z); il pomeriggio dalle ore 17,30 aslle 20,00 come diacono. Ho diritto di essere remunerato, anche se al minimo, per il lavoro del mattino?
    Grazie per la risposta. Fraternamente in Cristo.

    Diac.Mario Lovreglio
  3. Io penso che il diacono dovrebbe essere felice di esercitare il proprio ministero e vivere del proprio lavoro…è come uno specifico di questo meraviglioso ministero che si dispiega in maniera particolare nel mondo.
    E’ un ministro del culto, in quanto, se delegato dal parroco, riceve il consenso degli sposi, e tutto questo ha valore per lo stato civile!
    Ma in tutta questa bella discussione si rischia di dimenticare cosa e’ veramente il diaconato, perdendoci su fantomatici diritti…contrapposizioni…ecc.. tutte cose che ci allontanano dalla realtà del nostro ministero.

    diac.Pietro Valenti- Enna
  4. Scusate: questioni di lana caprina.Mi sembrano discorsi un pò vaporosi e disarticolati per affrontare una discussione che non può essere teologica, ma semplicemente magisteriale. Luca, al capitol 6,3-9 dice:” ..andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo i luoi: non portate borsa, ne bisaccia, ne sandali e non salutate nessuno lungo la stra. In qualunque casa entriate, prima dite: pace a questa casa. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi.Restate in quella casa, mangiando e bevendo quello di quelo che hanno, poiché l’operaio e degno della sua mercede.Non passate di casa in casa:Quando entrerete in una città e vi accogliranno, mangiate quello che vi sarà messo dinanzi, curate i malati che vi trovano e dite loro che il reggno di Dio è vicino”. Questo basta per dire che siamo ttti diaconi( vescovi, preti e diaconi) perché se non si è diaconi non si può essere nient’altro.
    IO DICO: nessuno dovrebbe avere uno stipendio perché abbiamo avuto tutto gratuitamente e gratuitamente dobbiamo donare. Qundi non scomodiamo passi teologici per dire he ai vescovi e ai preti si deve dare uno stipendio e ai diaconi no. Tutti dimenticano che, non dare stipendio ai diaconi, durante le discussioni per la sua riintroduzione del diaconato è stata una delle condizioni per avere il voto favorevole dei vescovi italiani in modo particolare.
    Nella revisione del Concordato del 1983, dove si è chiesto l’introduzione dell’8/1000 si poteva inserire anche i diaconi, mettendo cosi sul piatto della richiesta un numero maggiore di chierici da retribuire e forse ottenere anche qualcosa di più di quello che si è ottenuto. Si vede che già dal allora i diaconi erano destinati ad essere messi all’angolo.

  5. Io penso a quanto tempo ho dovuto sottrarre alla mia famiglia senza alcuna gratificazione, quasi indegno operaio per avere una giusta mercede. Diaconi all’angolo? Che dire di un prete concelebrante che ti impedisce di accostarti all’altare per servire al calice, alzandolo lui stesso alla dossologia?

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