IL RACCONTO DI NATALE 2007 “Alessandro e Marco”   Leave a comment

Casignano 25 dicembre 2007

Alessandro e Marco

Un coro di voci stridule si alzava verso il cielo percorrendo le facciate dei palazzoni anonimi che circondavano il cortile, carezzava le finestre si posava sui corrimano delle terrazze e svegliava i dormiglioni di quella fredda mattina invernale.
Una decina di ragazzi, scalmanati ed agitati, incuranti del freddo si davano battaglia nel campo rettangolare interno ai palazzi, lanciando imprecazioni e palloni a sbattere contro i due canestri posti alle due estremità.
Le gambe si piegavano e distendevano velocemente nella tensione del lancio e in quell’istante era come se tutto si fermasse, poi il rumore metallico provocato dal rimbalzo sul ferro del canestro rigettava la palla nella mischia e l’attimo di silenzio si perdeva colorandosi di quanto più sconcio e terribile poteva uscire da quelle bocche adolescenti.
Passa, cretino…
Tira! Tira!
Ma la vuoi passare o no quella palla?
Va a fan… lasciamo perdere.
E le spinte si susseguivano insieme alle parolacce.
- Il gioco è gioco! Gridava Enrico mentre continuava quel rincorresi di gridi ed urli.
Il tempo passava inevitabilmente e presto quel campo di basket avrebbe lasciato spazio ad un ben altro campo.
La realtà dura e difficile avrebbe fugato quel sorriso giovanile.
La città sempre più spersonalizzata e spersonalizzante li avrebbe condotti nel proprio ventre, in quelle budella oscure che sono i vicoli cercando di spegnere ogni luce dell’anima.
Ma non ora.
Le voci si coloravano con i sentimenti che esprimevano, urlando, ridendo, imprecando al ritmo cadenzato dei rimbalzi.
- Canestro! Un urlo di vittoria, una pausa e poi tutto ripartiva da capo.
Lui, se ne stava seduto su quella vecchia panchina improvvisata, con due secchi di ferro rovesciati e un paio d’assi di legno.
Laggiù nell’angolo ovest del campo dove le voci si spegnevano e vi regnava il silenzio.
La testa china a guardare l’asfalto seguendo chissà quali pensieri.
Quasi a voler cercare i segni per terra di un passaggio.
Il cielo plumbeo di un bel grigio tendente al bianco non prometteva niente di buono.
Ma lui rimaneva in silenzio nell’angolo come fosse un pugile sconfitto che s’attardava sul ring, prima di scendere, ormai deluso, dall’incontro appena perso.
Una voce lo destò da quel torpore, era quella di Giovanni che l’invitava a giocare, ma lui neppure rispose, rimase in silenzio a guardare per terra.
Due volte lo chiamò, poi Giovanni, lasciò perdere.
Passarono alcuni minuti, quindi si alzò lentamente, fissò per un attimo il cielo e si mosse verso l’uscita.
Due anni, due anni. Sussurrò a se stesso, quasi come fosse una frase impossibile da dire, un pezzo di ferro difficile da sollevare.
Due anni e ancora non riesco a capacitarmi. Perché, perché? Mi sembra talmente assurda questa cosa che non vorrei neppure pensarci, eppure non arriva, non viene, nonostante lo aspetti e m’immagini di vederlo da un momento all’altro.
Devo rendermene conto! Si disse scuotendo il capo.
Rischio d’impazzire, ma che farci? Sono fatto così e mi vien rabbia, una rabbia che me la prenderei con tutti, poi come stesse riflettendo
Ma che colpa ne hanno?
S’incamminò in silenzio tra i palazzi verso la strada, uscendo da quella giornata che gli era sembrata particolarmente triste da passare in casa.
Aveva sperato che scendere al campo, per giocare, gli avrebbe ridato il sorriso che aveva perduto.
Ma niente.
Da solo si sentiva smarrito, confuso, senza l’amico di sempre, era come correre con una gamba sola.
Quante volte a sera avevano visto sorgere l’alba chiacchierando di donne e di sogni da realizzare.
Poi la Franca, la mamma di Alessandro, che lo aspettava sulla poltrona del salotto in un dormiveglia carico di rabbia e preoccupazione, che svaniva al mattino quando lui, rientrato senza farsi sentire gli preparava il cappuccino prima di svegliarla.
Quanta rabbia e ribellione aveva dentro, una sensazione opprimente che lo dominava cercando pian piano di distruggerlo.
A volte, non sempre, gli sembrava quasi di poter riascoltare quel suo caratteristico modo di fischiare, quel suo modo per dire di essere giunto, di essere presente.
Ma solo il vociare lo rincorreva oltre le parete scheletriche di quei grattacieli perduti nel bianco di un cielo senza nuvole e al tempo stesso solo nuvole in cui lo sguardo si perdeva senza punti di riferimento.
Dai marco, passa! Gli facciamo il culo a quelli…
La voce si perdeva nel tempo del ricordo e rimaneva il silenzio.
Un clacson d’un auto lo fece sobbalzare. Non era proprio intelligente distrarsi lungo la strada con il traffico che c’era.
Improvvisamente la voce della Marina una signora del terzo piano, si stagliò anche sopra il rumore delle auto.
Non sarebbe il caso di smetterla! mio marito dorme! non è certo un perdigiorno, come voi! ma andate da qualche altra parte mascalzoni!!
Il marito faceva il fornaio, rientrava la mattina presto dopo aver lavorato tutta la notte. Per dirla tutta dormiva come un sasso e il vociare dei ragazzi non lo disturbava, ma a lei faceva piacere far notare che aveva un marito, che non era sola come accadeva ad alcune condomine del suo palazzo.
Marco accelerò il passo sentiva il bisogno di camminare, di uscire da quel caos indicibile e raggiungere la quiete.
Non è che fossero molti i posti dove rimanere in pace.
Pensandoci bene, c’era soltanto la riva del fiume.
Quel posto era pieno di ricordi ma era anche l’unico silenzioso e adatto al suo stato d’animo.
Il fiume sarebbe stato ghiacciato, pensò, come tutti gli anni a Natale.
Si lasciò alle spalle le case, il traffico, tutta la confusione di quei giorni ricchi di movimento e regali, di vetrine e luci per immergersi nel parco.
Era bello il parco!
Gli aceri, i cedri, le querce e le betulle che lo accompagnavano quasi fossero la sua scorta d’onore, come tanti soldati immobili, ricoperti di trine sottili che il ghiaccio disegnava con tanta maestria. Era bello guardarli, a lui piaceva.
Volgeva lo sguardo in alto seguendone la sagoma e pensando a quella bellezza immobile che manteneva nel tempo la sua maestosità.
Le aiuole addormentate sotto un leggero strato di neve ancora soffice e non ghiacciata che lasciava intravvedere qua e la qualche filo d’erba.
Quante volte aveva rincorso l’amico senza raggiungerlo.
Lui era più veloce.
Ormai erano passati due anni ma non si dava pace.
Ogni anno a Natale chiedeva la stessa cosa, scendeva nel proprio cuore e desiderava essere di nuovo con Alessandro, desiderava raggiungerlo in qualunque posto fosse andato, ovunque si fosse trovato, voleva essere con lui.
Non pensava certo di morire o di lasciare Chiara, voleva soltanto incontrarlo di nuovo.
Si! Lo desiderava con tutto l’animo.
Raggiunse la riva del fiume e si sedette su di un masso sporgente, sembrava proprio fatto apposta per sedersi.
Il fiume scorreva lento circondato da una morsa di ghiaccio che ne lasciava libero solo il centro.
Tutto era immobile quasi non esistesse il tempo, come se tutto fosse sospeso in un vuoto indefinito in cui la nostalgia stringeva come il ghiaccio del fiume il suo cuore.
Chiuse gli occhi e…

Dai svegliati, dormiglione, non senti il caldo? Tuffati! andiamo!
Marco aprì gli occhi stupito, si guardò intorno l’erba, il fiume, il sole, i fiori, non era Natale, sembrava una calda giornata di luglio.
Ancor più stupito si guardò, era nudo col costume da bagno, quello blu con le righe bianche.
Poi si costrinse a guardare il fiume e lo vide, col sole alle spalle, quel volto indistinto, immerso nella luce.
Dai, forza.
Agitava la mano l’invitava.
In silenzio Marco si avvicinò alla riva, mise la punta del piede nell’acqua.
- Non è fredda fifone, andiamo.
Sentendosi sempre più stupido Marco si tuffò.
Sentì l’acqua scorrergli lungo il corpo caldo e sudato, sentì il piacere del nuoto.

Li guardai sorridendo, vidi il rincorrersi, le frasi ammezzate con l’acqua nella bocca, gli spruzzi colorati di gioia.
Ammirai i loro giochi, gli scherzi e le lunghe nuotate, le immersioni i pesci presi con le mani e gettati di nuovo nell’acqua.
Ho sempre pensato che la vita dovesse essere essenzialmente gioia, per questo vedo nell’amicizia sincera l’espressione più vera dell’amore, quell’amore di cui io ne sono emanazione e vivo.

Marco si sentiva felice, di una felicità che non aveva l’eguale, tutte le volte che cercava di vedere il volto del compagno, c’era qualcosa che glielo impediva, gli sembrava, sapeva, eppure non ne aveva la conferma. Si meravigliava di quel suo essere in quel momento in quel fiume.
Parlava di tutto con l’altro, del suo amore per Chiara, delle bischerate che faceva al lavoro.
L’altro lo correggeva, come sempre mandandolo a quel paese.
Più volte fecero a gara a chi arrivava per primo all’altra sponda del fiume e Marco, regolarmente perdeva.
Ma non osava chiedere, non gli riusciva chiamarlo – Alessandro! non voleva rompere l’incanto, aveva paura che tutto svanisse e che improvvisamente la realtà prendesse il sopravvento su quel sogno.
Se era un sogno non voleva svegliarsi.
Per un’ora intera almeno a giudicare dal sole era stato a guazzo nel fiume, poi stanco aveva visto l’amico salire a riva e l’aveva raggiunto.
Mentre si trovavano in piedi, dopo che l’altro si era asciugato con l’asciugamano giallo e verde, Marco si fece coraggio.
Mi puoi…
Vuoi l’asciugamano? Prendi e asciugati o patirai freddo.
Gli disse l’altro porgendogli l’asciugamano.
Grazie, disse Marco, ma io volevo sapere se tu sei…
Si! Marco, sono Alessandro.
Scese un gran silenzio, Marco alzò lo sguardo, stavano cadendo i primi fiocchi di neve, il ghiaccio ricopriva il fiume e la riva imbiancata aveva un manto immacolato.
Lui era seduto sul masso.
Provò una profonda delusione, allora… poi si accorse dell’asciugamano ripiegato accanto a lui, quell’asciugamano giallo e verde.
Se lo strinse al volto e pianse di gioia.

L’angelo chiuse la visione guardandomi con fare interrogativo, la sua aurea cambiava continuamente colore.
Variava su tutta la gamma di toni, tenui impalpabili, leggeri ma al tempo stesso caldi e avvolgenti, pieni d’amore.
Perché ai voluto mostrarmi questa storia compiendo quel gesto così unico e prezioso?
Da sempre era uso in paradiso, che l’ ultimo angelo creato mostrasse un evento all’assemblea degli arcangeli durante la notte di Natale (tempo terrestre ovviamente), ma questa volta Samarina, aveva compiuto un’azione desueta, aveva compiuto un miracolo.
L’angelo diventò ancora più tenue la sua aurea si fece sempre più delicata sul bordo esterno mentre l’interno diventava sempre più pregnante di luce che variava su tutte le tonalità del rosso.
Erano tonalità mai viste, tonalità nuove anche per noi angeli, perché ogni angelo poteva con la sua fantasia inventarne all’infinito, attingendo alla luce stessa di Dio.
I suoi colori ricordavano le foglie ingiallite degli alberi d’autunno, i tramonti pieni di luce del sole estivo in riva al mare.
Il brillare tenue e intenso del riverbero sulle acque, quando la brezza leggera le increspa.
La luce mattutina del sole che sorge sulle montagne quando la notte sconfitta arretra non per l’eccessiva luce, ma per la dolcezza con cui viene sospinta altrove.
Ricordava i colori delle dune del deserto quando il sole le baciava destandole dal sonno notturno, ed al tempo stesso la fragilità delle ali di fantastiche farfalle, il rosso dei pettirossi quando gonfiano il petto al vento invernale e cercano riparo vicino alle case.
C’era la passione quella com-passione che ricordava l’estro, l’ansia e la ricerca dei musicisti quando componevano le sinfonie che introducono l’animo al paradiso, l’estasi creativa dei pittori quando ammirando la tela vuota vi scoprivano i colori di cui era ricoperta, invisibili ad altri occhi ma che chiedevano di essere fissati per sempre all’ammirazione di tutti.
I suoi toni avevano la passione degli innamorati e la dolcezza dei baci che le mamme danno ai loro figli, aveva l’incanto dell’età anziana e l’esuberanza della gioventù.
Vi si poteva scorgere in quelle sfumature anche un pizzico di follia giovanile che mai guasta, quell’incoscienza sana e semplice che colora il mondo di fantasia ma non d’illusione.
C’era la santità di ognuno, non quella dei giganti della fede, ma quell’anonima, delicata impalpabile, tanto cara a Dio.
Quella santità quotidiana di fronte alla quale noi angeli ci sentivamo così piccoli e insignificanti.
Guardare Samarina era come guardare nell’Amore stesso di Dio, uno spettacolo degno della creazione.
Poi improvvisamente quei colori si fusero insieme sino a diventare fuoco, un fuoco palpabile, sensibile, un fuoco che si aprì pian piano mostrando due volti sorridenti, Marco e Alessandro.
Il Buon Dio sorrise, ed anch’io compresi il motivo della scelta e di quel gesto d’amore che lui non aveva potuto far a meno di compiere.
E fu Natale ancora.

Claudio

In memoria.

Posted 1 gennaio 2008 by eliadallarocca

Lascia un Commento

Fill in your details below or click an icon to log in:

Logo WordPress.com

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Modifica )

Foto Twitter

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Modifica )

Foto di Facebook

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Modifica )

Connecting to %s

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 197 other followers